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"1039 chilometri di coste – 440 sul mare Tirreno, 312 sul mare d'Africa,
287 sullo Ionio: ma questa grande isola del Mediterraneo, nel suo modo di
essere, nella sua vita, sembra tutta rivolta all'interno, aggrappata agli
altipiani e alle montagne, intenta a sottrarsi al mare e ad escluderlo
dietro
un sipario di alture o di mura, per darsi l'illusione quanto più possibile
completa che il mare non esista (se non come idea calata in metafora nelle
messi di ogni anno), che la Sicilia non è un'isola. Che è come nascondere la
testa nella sabbia: a non vedere il
mare, e che così il mare non ci veda.
Ma il mare ci vede. E sulle onde porta alle nostre spiagge invasori d'ogni
parte e
d'ogni razza. E porta, continuo flagello per secoli, i pirati algerini che
devastano, depredano, rapiscono.
Il mare è la perpetua insicurezza della Sicilia, l’infido destino; e perciò
anche
quando è intrinsecamente parte
della realtà, vita e ricchezza
quotidiana, il popolo raramente lo canta o lo
assume in un proverbio,
in un simbolo; e le rare volte
sempre con un fondo di spavento
amaru' (Il mare è amaro). `Loda lu
mari, e afferrati a li giumarri'
(Loda il mare, ma afferrati
alle corde). `Cui po' jiri pri terra,
nun vaja pri mari' (Chi può andare per
terra, non vada per mare). `Mari,
focu e fimmini, Diu nni scanza'
(Mare, fuoco e donne, Dio ci salvi).
`Cui nun sapi prigari, vaja a mari'
(Chi non sa pregare, vada a mare).
E non è, quest'ultimo proverbio,
dettato dalla meraviglia e dal
rapimento: chi andrà a mare non
apprenderà a pregare nel senso
della lode, ma nel senso della
paura e della superstizione..."
Leonardo Sciascia
"Rapporto sulle coste siciliane”, 1968 |