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La Sicilia fra
l'ottocento ed il novecento ha costituito un coacervo di peculiari processi
sociali, economici, politici e culturali. Processi di sostanziale
trasformazione, di "modernizzazione" – accompagnata da "sviluppo"? – che si
tende a racchiudere e sintetizzare nella transizione dall'economia agricola
tradizionale – cerealicola, nella fattispecie – a quella successiva,
caratterizzata da percorsi di industrializzazione, da qualificazione e
specializzazione di produzioni agricole – si pensi agli agrumi da
attivazioni e incremento di "servizi", intesi come momenti di produttività.
In questo articolato
contesto si inserisce in modo compiuto la storia dello zolfo siciliano,
ovvero dell'economia zolfifera che caratterizzò l'area centro meridionale
dell'isola. Di quell'area che andava dall'area collinare interna del
Nisseno, comprendente anche le attuali propaggini dell'Ennese, verso la
costa meridionale dell'Agrigentino.
Nel corso degli anni
Trenta del XIX secolo, in queste plaghe, destinate, nel corso dei secoli
precedenti, prevalentemente a grano e leguminacei, e con alcune presenze di
produzione di seta, si sviluppò l'attività di escavazione, trasporto e
correlata commercializzazione del giallo metalloide che avrebbe finito con
l'identificarsi con quella parte di Sicilia, e non solo. La "coltivazione",
assai spesso superficiale, dei siti minerari si avviava dapprima nelle aree
più contigue agli sbocchi a mare degli antichi caricatori. Successivamente,
in particolare nei decenni Quaranta e Cinquanta si sarebbe incrementata
l'attività nelle aree più interne del Nisseno e dello stesso Agrigentino,
in presenza di più consistenti, per quantità e qualità, insediamenti.
Lo zolfo prodotto in
Sicilia era richiesto dal mercato europeo, in particolare la Gran Bretagna
e la Francia, in quanto elemento di base dei processi di trasformazione
della nascente industria chimica. Tra il 1830 ed il 1835, infatti, il numero
di cantari esportati pressoché si raddoppiava, passando da 350.000 a oltre
660.000. La destinazione dello zolfo esportato nel 1835 vedeva quale
destinazione la Gran Bretagna (325.793) e la Francia (262.774); la restante
quantità era richiesta da altri paesi nord europei e dagli Stati Uniti.
A controllare e
gestire il commercio dello zolfo siciliano verso i mercati europei erano
essenzialmente i mercanti inglesi, da decenni presenti nella realtà isolana.
Il transito da una produzione con destinazione pressoché esclusivamente
locale ad una produzione legata ai flussi della domanda dei mercati
nordeuropei rendeva i produttori locali deboli e legati, senza soluzioni
alternative, ai mercanti inglesi, oltre ad alcuni francesi; erano costoro a
controllare autonomamente i flussi commerciali, determinando contestualmente
le variazioni dei prezzi.
La monarchia
borbonica, nella fase di espansione del mercato zolfifero, si poneva
l'obiettivo di ridimensionare il ruolo dei mercanti inglesi e francesi e
mirava alla costituzione di una privativa che gestisse, in monopolio,
l'offerta dello zolfo sui mercati europei, regolamentasse la produzione
zolfifera, al fine di evitare la sovrapproduzione ed il conseguente crollo
dei prezzi.
Il progetto della monarchia borbonica non tendeva a mettere in
sinergico intento i produttori e i commercianti che gia operavano sul
mercato siciliano e da questo verso i mercati europei, piuttosto sembrava
interessata ad accogliere proposte provenienti da "cartelli" alternativi a
quelli gia operanti. Inoltre, il progetto borbonico sembrava non tenere in
attenta considerazione l'atteggiamento dei grandi proprietari latifondisti –
e conseguentemente degli insediamenti minerari – che, in quegli anni, non
sembravano interessati a stabilire una omogeneità di posizioni a fronte
delle varie richieste dei mercanti internazionali; erano attenti a mantenere
la redditività delle proprie miniere; tendevano a richiedere, specie in
presenza di rischi di variazioni di prezzi, il mantenimento della quota
fissa a cantaro.
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