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Nella Sicilia
centrale, in particolare nella cosiddetta avanfossa o Graben, sulle sponde
del fiume Salso e presso Platani, si è consumata un'esperienza ergologica
che oggi possiamo dire definitivamente conclusa. Si tratta dell'esperienza
zolfifera, maturatasi in forma preindustriale sin dalla fine del XIX
secolo, oggi affidata al ricordo dei superstiti (minatori, tecnici e
proprietari) e ad una ricca documentazione scritta (1). La lingua attraverso
cui la civiltà mineraria ci continua a parlare è il dialetto siciliano in
quella particolare varietà che Piccitto ha classificato come Siciliano
centrale (nella sua ulteriore distinzione nei sottogruppi nissenoennese e
agrigentino orientale) (2). Il dialetto dunque, esso stesso giacimento
stratificato di informazioni culturali, storiche, antropologiche, ci
consegna notizie su chi lo parlava, sulle credenze, sulle modalità del
lavoro consentendoci di supportare o integrare sul versante linguistico
quanto conosciamo attraverso altre fonti (archeologia industriale, rapporti
sindacali, giornali dell'epoca, ecc.).
Ma quale linguaggio
tecnico parlavano questi minatori? Sin dai primi materiali raccolti e facile
accorgersi che il lessico minerario ha poco di minerario. Si parla di
chiavieddu (3) ('zipolo della cannella'),
timpagnu ('fondo della botte') e
ntivari ('travasare'), come nella costruzione delle botti; di cusciala ('pietre
laterali del posto di mungitura') e fruttu ('prodotto complessivo della
caseificazione'), come nella pastorizia e nella caseificazione; di partita ('quantità
di olive o di altri prodotti agricoli'), sbuttatura ('primo getto del mosto')
e ogliu ('olio'), come nei frantoi; di picu ('piccone'), zzappa ('zappa') e
timpuni ('grande zolla'), come in agricoltura; di cacciata ('ciascuno dei
periodi in cui le bestie girano sull'aia durante la trebbiatura, dandosi il
cambio'), iazzata ('spighe che restano sul terreno durante il carico e il
trasporto delle spighe dal campo all'aia'), rrufuluni ('campo di grano non
ancora maturo o anche cespuglio') come nella cerealicoltura; e ancora di
scutulari ('bacchiare') e muddisi (`'qualità di mandorla dal guscio molle')
con riferimenti chiari alla mandorlicoltura.
Per non dire dei tanti
termini generici che però subiscono spostamenti semantici e specializzazioni
(abbiari. Avviare, gettare // Dare inizio alla colatura dello zolfo;
bbalata. Lastra di marmo // Forma di zolfo consolidato; chiumazzata.
Imbottitura // In miniera era specificatamente il sacco imbottito per
proteggere le spalle dei carusi durante il trasporto; filìnia. Ragnatela //
Sfaldatura di gesso che interrompe lo strato; ganga, Dente molare //
Pilastro di sostegno di una volta pericolante; - viantu, Vento // In
miniera vale per condotto di riflusso; ecc.).
I più noti casi di
trasposizione dal lessico comune e di successiva risemantizzazione in senso
tecnico sono senza dubbio quelli di carusu e di vanedda. Il primo termine
indica, nel linguaggio corrente, il ragazzino, ma all'interno del mondo
minerario u carusu è il garzone addetto al trasporto a spalla del minerale,
a prescindere dall'età (4). In qualunque paesino siciliano, inoltre, con il provenzalismo
vanedda si indica la stradella secondaria, laddove il termine,
in miniera, persino nei documenti tecnici ufficiali, è propriamente lo
strato di minerale.
Accadeva dunque quanto
afferma Sobrero a proposito delle lingue specialistiche: si prelevano
termini che già esistono nella lingua comune, attribuendo loro un
significato diverso; queste parole – nell'uso scientifico – `tagliano i
ponti' con tutti i possibili valori evocativi, allusivi, ecc. e vengono
ridefinite. A ben guardare anche lo stesso termine indicante la zolfara,
pirrera, e un termine pansiciliano che indica genericamente qualunque
cava, di marmo, di tufo, di pietra nonché le miniere di sale e di zolfo (5).
Considerando i bacini
di prelievo di questo materiale linguistico si coglie una peculiarità: i
termini su cui si opera questo slittamento del significato appartengono al
mondo rurale e contadino, talora a quello pastorale.
La motivazione va
cercata nell'estrazione socio-lavorativa della manodopera mineraria
siciliana: essa aveva compiuto suo addestramento nei campi, nei latifondi
coltivati a grano e a fave, tra i pascoli collinari. Si trattava di
mezzadri, giornalieri, falegnami, pastori e artigiani che da un momento
all'altro avevano lasciato i loro originari mestieri, convinti di trovare
un impiego più sicuro e remunerativo. Ciascuno aveva portato con se le
proprie abitudini linguistiche e aveva `ribattezzato' questo mondo
sconosciuto con parole note e familiari.
Note
1. La mia ricerca è partita proprio da queste fonti, orali e scritte. Per la
documentazione bibliografica e le fasi dell'indagine sul campo cfr.
Castiglione 1999.
2. Giorgio Piccitto,
negli anni '50, aveva distinto i dialetti siciliani in due grandi sezioni:
dialetti occidentali e dialetti centro-orientali. Il principale criterio
classificatorio era stato costituito dal vocalismo tonico e da un esiguo
numero di altre isofone. In particolare i dialetti dell'area occidentale
erano caratterizzati da un vocalismo non metafonetico, mentre quelli dell'area
centro-orientale erano caratterizzati da un vocalismo metafonetico.
All'interno di queste due vaste aree si distinguevano ulteriormente dieci
sottogruppi dialettali. Per una classificazione più circoscritta e precisa,
ulteriori ricerche sono esposte in Ruffino 1991.
3. Si fa qui presente
che i termini vengono trascritti in grafia ortografica e semplificata.
4. Si pensi al pirandelliano Ciaula, trentenne
carusu in una miniera agrigentina.
5. Molti sono i
proverbi consegnatici da Petix aventi per oggetto la zolfara: pirrera
senz'acqua e turrenu sutt'acqua, zolfara senz'acqua e terra sott'acqua;
pirrera caduta, patruni arriccutu, zolfara crollata, padrone arricchito
(per la maggiore facilità d'estrazione); pirreri; nè si nni vìnninu, ne si
n'accàttanu, zolfare, ne se ne vengono, ne se ne comprano (perchè il
possederle costituiva una grande ricchezza, mentre era assai difficile
acquistarne); li prreri mantìennu lu cummerciu, le zolfare alimentano il
commercio.
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