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Zolfare
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La miniera di Cozzo Disi

  La miniera di Cozzo Disi a Casteltermini (AG)
     di Bernardo Agrò

Si tratta di un vasto complesso industriale, la cui attivazione risale a circa due secoli fa, con strutture che affiorano fuori dal livello di campagna, le quali attestano la coltivazione dello zolfo, che ha rappresentato, come è noto, una attività profondamente significative sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista sociale.

Il paesaggio è contraddistinto da due grandi aree ciascuna delle quali in stretto rapporto alle diverse tecniche di escavazione e di utilizzazione del minerale che si sono succedute nel Corso degli anni.

La prima area, corrispondente a quella utilizzata degli inizi dello sfruttamento fino agli anni '50, nella quale affiorano i resti di ciò che ha caratterizzato la produzione per fusione, mentre nell'altra si conservano le strutture che hanno segnato il passaggio al trattamento per flottazione.

Il luogo, infatti, costituisce quella parte della Miniera COZZO DISI, maggiormente assimilabile all'immagine tradizionale della zolfara. E in questa area che si apprezza la sequenza di tutti gli apparati tecnologici che si sono succeduti per l'estrazione e la coltivazione del materiale solfifero.

La storia delle prime strutture produttive, inizia con le "calcarelle" (piccoli cavei ricavati in siti naturali dove la fusione dello zolfo avveniva a cielo aperto con gravi danni sia per la salute dei minatori che per l'ambiente circostante).

I "calcheroni" sono gia delle strutture tecnologicamente più avanzate, avendo delle porzioni costituite in muratura soprattutto in prossimità delle "bocche", murate durante l'accensione, dalle quali defluiva lo zolfo fuso che veniva poi confezionato in forme chiamate "pani"; alcuni calcheroni, erano dotati di camini – adagiati sui crinali delle colline di gesso circostante – dai quali scaricavano l'anidride solforosa prodotta dalla combustione.

Nei primi anni del Novecento, a Cozzo Disi, vengono realizzati dei forni in batteria al fine di aumentarne il rendimento, dotati di un unico canale per la ventilazione dei fumi. Una struttura poderosa quanto affascinante dal punto di vista architettonico e costituita dai forni di fusione a vapore; essa caratterizza fortemente il luogo con i suoi mulini di frantumazione e tutte le strutture meccaniche annesse costituenti sistema di separazione del minerale dall'inerte.

Le altre strutture architettoniche definiscono il sistema delle officine dove si costruivano dai vagonetti (decauville) ai chiodi per il fissaggio binari, la falegnameria, i magazzini e le stalle, la officina del maniscalco per i muli adibiti al carreggio interno ed esterno, quando ancora si ricorreva alla trazione animale, le residenze per il soggiorno degli operai (conducenti, arditori, conduttori, armatori) costretti a fermarsi nell'ambito della miniera.

Il nuovo sito, caratterizzato dalle grandi strutture di estrazione come l'impianto di flottazione – uno dei più moderni e produttivi fra tutti i siti minerari in esercizio – fu iniziato negli anni Cinquanta, a causa dell'esaurimento dei livelli fino ad allora coltivati. In quegli anni oltre ai macchinari, furono ultimate le opere di captazione delle acque dal vicino fiume Platani. Assieme all'impianto di flottazione entrò in esercizio l' impianto di purificazione, (comprendeva le installazioni per la fusione dello zolfo flottato). La capacita di trattamento di quest'ultimo impianto e di 50 tonn. di concentrato al 90% nelle 24 ore.

Nel '56 vengono apportati miglioramenti all'impianto di flottazione la cui capacità è aumentata sino a 360-380 tonn. nelle 24 ore. Per quando riguarda i lavori nella miniera andavano a buon ritmo, infatti negli anni successivi vennero ultimati l'esaurimento dei livelli 5°, 6° e 7° (profondo 222 m), dove si trovò in una buona fase di coltivazione.

Si inizio la coltivazione dell'8° livello (profondo 237 m) e per la preparazione e coltivazione del 9° furono scavati due piani inclinati, rispettivamente nella sezione "Grande Lente" e nella sezione "Serralunga". Successivamente, oltre i continui lavori menzionati precedentemente, all'esterno iniziarono i lavori per la costruzione di nuovi fabbricati per le attuali officine, gli uffici e magazzini.

Nel 1963 il 7° livello fu completamente esaurito, l'8° entrò nella fase di esaurimento ed iniziarono al 9° le coltivazioni per una profondità di 257 mt. Si abbandona la trazione animale, fino ad allora utilizzata, a favore di mezzi meccanici per i quali fu necessario ridefinire nei nuovi cantieri la sezione, che fu ingrandita da 60 a 100 mq. Tutto ciò per consentire una più facile manovrabilità delle nuove macchine operanti in cantiere e dare inizio all'uso di autopale per lo sgombero del minerale e di autovagoni per il trasporto. Sempre in quell'anno vennero ultimati i due capannoni per i magazzini, le officine meccaniche e i locali per gli uffici.

La Centrale elettrica
La Centrale elettrica, costituisce un pregevole esempio di architettura industriale.

La struttura architettonica è costituita da un grande vano con all'interno tutti i motori diesel e le apparecchiature (volani, turbine, etc.) che ne accentuano il fascino e la tipicità dell'archeologica industriale.

La copertura è costituita da bellissime capriate di tipo palladiano, con struttura in ferro e legno.

I fronti hanno dei richiami neoclassici che si esplicano nei timpani e nel disegno degli ordini attraverso la finitura degli intonaci.